domenica 19 novembre 2017

Bellissima Palmarola


Questo video è stato realizzato nello scorso mese di ottobre da Biagio Cammarone che, purtroppo, ieri ha perso la vita in un incidente con il suo aereo ultraleggero tra Pomezia e Ardea.
Il suo aereo ha perso quota ed ha colpito i fili dell'alta tensione prendendo fuoco.
Dalle sue parole, in questo video, si capisce che è estasiato dalla bellezza di Palmarola.
Probabilmente è stato l'ultimo volo sulle nostre isole che spesso ha sorvolato con il suo aereo.
Ora potrai volare libero nel tuo cielo!!!

venerdì 17 novembre 2017

Santo Stefano, isola di sofferenza, vista e raccontata da John Peter

Di Santo Stefano ne ho già scritto in questo blog proprio perchè è stato cappellano dell'ergastolo, per diversi anni, uno zio di mia madre, don Aniello Conte.
Mia madre, negli anni '40, è stata qualche volta da suo zio a Santo Stefano e mi ha raccontato che andavano a pregare nel piccolo cimitero dove erano sepolti i detenuti.
Il viaggiatore John Peter racconta in un libro Italie inconnue Alle isole di Ponza (Italia sconosciuta alle isole di Ponza) il viaggio nelle nostre isole nel 1895 e giunse anche a Santo Stefano.
Ecco cosa scrive: "...appena arrivato ho preso una barca per andare a Santo Stefano dove si trova un carcere durissimo ecosì tristemente noto in Italia. Santo Stefano è un tronco di cono che esce dall'acqua con la massa di lava marrone, in alcuni posti lucido come il vetro e con qua e là grotte e feritoie verticali che raggiungono il mare. Una terra nera e fertile, una massa di argilla mista a scorie appena sopra le rocce; questa terra è eccellente per la coltivazione di ortaggi. Tutto intorno l'isola le grotte scavate in riva al mare sono quasi sempre sconquassate dalle onde che le fanno franare con un rumore assordante.
I romani conoscevano Santo Stefano quantunque la loro storia non ne parli. Mi è stato mostrato nella parte dell'isola che guarda Ventotene, i resti di un'antica villa romana; ho raccolto dei bei pezzi di intonaco di vari colori.
Santo Stefano è stata utilizzata come isola di confino fin dai tempi antichi. Un Papa vi fece una prigione per sacerdoti viziosi. Ci sono ancora tracce di celle scavate nella roccia e si dice che fossero le loro abitazioni. Oggi Santo Stefano è soggiorno dei forzati.
Di solito si sale, nel lato nord dell'isola, da un'antica rampa tagliata nella roccia che parte dal piccolo approdo detto la Marinella. Altri tre percorsi, difficili, che partono dall'alto e attraversano detriti rocciosi verso Sud e Ovest conducono alle rocce giù al mare, e sono utilizzati quando per il mare grosso non è possibile l'approdo alla Marinella.
Una prigione, costruita alla fine del secolo scorso, corona Santo Stefano. I primi detenuti arrivarono nel 1795; tra loro c'era l'architetto della prigione stessa, l'ingegnere Carpi, condannato per reati politici. Questa prigione è un enorme edificio giallo, circolare e a tre piani. Le case degli amministratori sono nelle vicinanze formando una cittadella molto moderna, dipinta in grigio e rosa dalle finestre con le persiane verdi. Il contrasto dei colori e l'architettura fa capire subito dove si vive e dove si soffre."



L'ergastolo di Santo Stefano visto dall'alto


L'isola di Santo Stefano...si vede bene l'ergastolo



L'entrata del cimitero
Ai lati c'è scritto: Qui finisce la giustizia degli uomini (a sx); Qui incomincia la giustizia di Dio (a dx)
(Foto di Giampaolo Santomauro)

Del cimitero così scrive John Peter: "E' la morte, a volte, che libera il condannato. Quando mette fine alla sua miserabile vita viene sepolto senza cerimonie ma con una certa decenza. Due detenuti portano la bara su una barella al cimitero che si trova ad Ovest dell'isola. Mettono una croce sulla tomba, si inginocchiano, pregano per il defunto e poi nell'allontanarsi levano le mani in segno di saluto, l'addio al loro compagno di sventura."



Don Aniello Conte, ormai anziano, con la sua testimonianza, nel 1953, fece scarcerare un innocente, Carlo Corbisiero, detenuto nel carcere di Santo Stefano dal 1934 con l'accusa di omicidio

mercoledì 15 novembre 2017

U cànte

U cànte è una parola in dialetto ponzese che significa un pendio del fondo marino dove i pesci e le aragoste si ammucchiano rendendo più ricco il pescato.
A proposito di questo termine Ernesto Prudente racconta un aneddoto: " Partecipai, con il maestro Tatonno Scotti alle elezioni amministrative del 1956, per aiutare Francesco Sandolo, avversario della democrazia cristiana, che si trovava impelagato in un processo amministrativo. La lista aveva per simbolo l'aragosta. Ci trovammo per caso, durante lo sfoglio, nella IV sezione posta nella zona della chiesa di Le Forna dove, a scrutinio concluso, la lista avversaria prese solo sette, ripeto, sette voti. Un plebiscito. Il presidente della sezione era un magistrato della Corte di Appello di Roma. Un simpatico vecchietto che nella lettura dei voti ripeteva: aragosta, aragosta, aragosta, aragosta fino a stancarsi tanto da imporre una sosta con la richiesta di un bicchiere d'acqua. Un vecchio pescatore che seguiva lo sfoglio, a voce alta, nel sentire sempre e continuamente: aragosta, aragosta, disse: " stamme facce u cante" e dovette dare spiegazioni al presidente che si era fermato per attendere il bicchiere d'acqua che aveva chiesto e che il vecchio sagrestano, scrutatore di quel seggio, con abitazione vicina, si era mosso per andarlo a prendere.
Quando tornò con il bicchiere pieno d'acqua, lo prese dal vassoio e lo porse al presidente che ebbe un sussulto e. a voce alta, disse: "Non c'è da meravigliarsi, qui le chele sono finanche nelle vostre mani."
Il buon Scarabucchièlle aveva il pollice della mano destra diviso in due come la chele di un crostaceo."
(Dal libro "ALFAZETA Voci del dialetto ponziano)



La chiesa di Le Forna
(Estate 2015)



L'aragosta
(Foto reperita in rete)






Il dottor Francesco Sandolo ex sindaco di Ponza
(Foto dell'Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)



Ernesto Prudente

lunedì 13 novembre 2017

Una bella edicola votiva

Scendendo per la strada che da sopra i Conti porta a Santa Maria, sul muro di un'abitazione, c'è questa bella edicola votiva.
E' veramente carina!!!


La statuetta di San Silverio, una Madonnina e San Giuseppe

venerdì 10 novembre 2017

Le bitte all'isola di Ponza

Le bitte sono delle basse colonne tronche che possono essere di pietra oppure di ferro, alcune sono sistemate nelle nicchie.
Si trovano giù alla banchina Di Fazio, abbascio 'u Mamozio, al Molo Musco e persino negli scogli della Ravia.
Un tempo servivano ai velieri per legare i cavi d'ormeggio, per poter manovrare in caso di assenza di vento oppure se era contrario.


Le bitte al Molo Musco (estate 2016)



Ancora bitte al Molo Musco (estate 2015)


Bitta posizionata sullo scoglio tra la Ravia e u Casecavallo (estate 2017)



Qui si vedono le bitte in granito nelle nicchie e quelle in ferro ai bordi della banchina.
Molo Musco
(Foto di Rossano Di Loreto)



Una bitta nella nicchia
(Foto di Rossano Di Loreto)



Queste al Molo Musco non esistono più



In questa foto si vedono le bitte in Banchina Di Fazio...non esistono più



Ancora al Molo Musco



I pescatori fanno asciugare le reti intorno alle bitte...Molo Musco

(Archivio fotografico di Giovanni Pacifico)

mercoledì 8 novembre 2017

Un naufragio del 1778

Sbirciando nell'albero genealogico della mia famiglia che Philippe D'Arco mi ha inviato, un pò di tempo fa, ho scoperto che il primo Iacono, da cui discendo, registrato nell'archivio della Chiesa Parrocchiale di Ponza è Michele Iacono sposato con Tagliamonte Carmela Grazia.
Risulta che Michele Iacono sia nato nel 1750 e sia morto il 23 aprile 1778.
A quanto pare è morto durante un naufragio insieme Vincenzino Iacono, Biagio Tagliamonte, Nicola Colonna e Agostino Califano. Nella Chiesa Parrocchiale è registrata la loro morte dal parroco Verde.
Non si sa la causa del naufragio e nessuno potrà mai raccontarcela.
E' passato troppo tempo...
Michele Iacono nella sua breve vita ebbe due figli Silverio e Aniello.
Aniello aveva appena un anno quando suo padre morì nel naufragio. Sposò Maria Concetta Albano e divennero genitori del mio trisavolo Giuseppe Salvatore Iacono.
Probabilmente le persone morte nel naufragio dell'aprile del 1778 avevano legami di parentela.
Può darsi che il naufragio sia stato causato da una tempesta e la loro imbarcazione sia stata distrutta dalle onde del mare. Non lo sappiamo...

Per dare l'idea del mare in tempesta ecco un pò di foto scattate a Ponza da Rossano Di Loreto il 30 gennaio 2015


Mareggiata a Chiaia di Luna


Mareggiata a Lucia Rosa


Cala Feola


Onde che si infrangono sullo scoglio a Chiaia di Luna

Nota:
Philippe D'Arco ha origini ponzesi e vive in Francia. E' riuscito a ricostruire, consultando l'archivio della chiesa parrocchiale di Ponza, gli alberi genealogici di molte famiglie ponzesi. La nostra storia.

martedì 7 novembre 2017

Un pò di malinconia

In questo periodo dell'anno ho sempre un pò di malinconia...soprattutto nelle giornate grigie e piovose
Voglio consolarmi con questa bella immagine di Chiaia di Luna...e con le parole di una canzone.


Bella ma inaccessibile...estate 2017

La malinconia ha le onde come il mare 
ti fa andare e poi tornare 
ti culla dolcemente 
la malinconia si balla come un lento 
la puoi stringere in silenzio 
e sentire tutto dentro 

è sentirsi vicini e anche lontani 
è viaggiare stando fermi 
è vivere altre vite 
è sentirsi in volo dentro agli aeroplani 
sulle navi illuminate 
sui treni che vedi passare 

ha la luce calda e rossa di un tramonto 
di un giorno ferito che non vuole morire mai 

sembra quasi la felicità 
sembra quasi l'anima che va 
sogno che si mischia alla realtà 
puoi scambiarla per tristezza ma 
è solo l'anima che sa 
che anche il dolore servirà 

e si ferma un attimo a consolare il pianto 
del mondo ferito che non vuol morire mai...

Luca Carboni (Malinconia)

domenica 5 novembre 2017

Il nuotatore

Questa storia la scrive il Tricoli nella Monografia, quella di un ragazzo che nuotando per dieci ore riuscì a salvarsi. Una storia accaduta alla fine del '700.
Silverio Mazzella nel libro Racconti e leggende dell'isola dei pescatori la racconta così: "Il mare era nero inchiostro, immobile come in uno stagno. I remi che ripetutamente si affondavano nell'acqua lasciavano una scia argentea scintillante. Milioni di microrganismi fotofori al contatto dei remi brillavano e rivelavano il passaggio della loro barca. Il paranzello in mancanza di vento procedeva a remi verso Ponza con il carico effettuato a Ischia. Il tonfo e lo stridio dei remi, forzati sugli scalmi e sulla murata, coprivano ogni altro rumore nel silenzio della notte. all'altezza dello scoglio della Botte, davanti loro e in rotta di collisione, un'altra imbarcazione procedeva veloce nel buio tradita solo dalla scia luminosa di poppa. Avvicinatesi sufficientemente, il capitano Francesco Coppa ad alta voce dopo essersi presentato chiese di farsi riconoscere ma ne seguì un silenzio che faceva presagire un possibile attacco piratesco.
E non tardò la collisione voluta e l'attacco violento dei saraceni che ne seguì portò alla cattura dell'equipaggio. 
Solo Andrea Conte, il più giovane di bordo, approfittando del trambusto generato dall'arrembaggio si fece scivolare in acqua e con il favore dell'oscurità si allontanò dalla battaglia. Dal mare sentì pia piano affievolire le grida, il rumore della ferraglia, i lamenti dei feriti e le invocazioni di soccorso divino implorato dagli uomini.
Solo, avvolto nell'oscurità e nell'acqua fredda cercò di orientarsi scrutando il cielo stellato.
nuotò per dieci ore percorrendo le nove miglia di mare per raggiungere Ponza. Si salvò e diede l'allarme. 
Era il 14 agosto 1795."



In lontananza si vede lo scoglio della Botte

(Foto di Rossano Di Loreto)



Lo scoglio della Botte si trova tra Ponza e Ventotene



Un paranzello

(Foto reperite in rete)

Nota:
Il Tricoli così scrive: " NUOTATORE. I turchi non lasciavano crociare i mari delle Isole, e mentre a 14 agosto 1795 predavano il paranzello di Franc. Coppa, il marinaro Andrea Conte con anticipazione si gittò a mare prossimo alla Botte, salvandosi col nuotare per 10 ore e per circa 9 miglia."

venerdì 3 novembre 2017

La Madonnina della nonna Francesca

La mia bisnonna Francesca Feola, mamma di nonno Peppino Iacono, aveva questa bella Madonnina custodita in una teca di vetro. Grazie a mia cugina Candida Musella posso mostrarla in foto.
La Madonnina è ad Arbatax nella casa di mia zia Francesca Iacono, mamma di Candida, scomparsa due anni fa.
E' molto antica come si vede anche dalle foto.
Non so il nome di questa Madonnina ma la trovo molto bella.
Fino a che è stata in vita mia nonna Olimpia era nella sua casa in Corso Umberto, sul Giudicato, a Ponza.
Anche questo è un modo per ricordare...






Nota:
Francesca Feola, nata il 03-03-1858, sposò Ciro Iacono, nato il 26-12- 1855. Oltre a mio nonno Peppino e  Silverio (morto, purtroppo, durante la seconda guerra mondiale), ebbero anche cinque femmine, fra cui Giovannina e Marietta. Mentre Evelina morì giovanissima, di parto, altre due figlie scomparvero ad appena un anno di vita. A quei tempi la mortalità era molto elevata.

Altra nota:
E' la Madonna del Carmine

martedì 31 ottobre 2017

La notte dei morti

Secondo la credenza popolare nella notte tra il 1 e il 2 novembre le anime dei defunti tornano dall’aldilà per visitare le loro case e i loro cari.
Mia nonna mi raccontava di processioni di anime che dal cimitero attraversavano le strade del paese.
A Ponza, ma non solo, si usava apparecchiare la tavola per dare, idealmente, ai propri cari un ristoro.
Da bambina, ricordo che si metteva la scarpa per ricevere i doni e che il giorno dopo però dovevamo andare al cimitero per ringraziare i morti.
Ricordo pure la grande esposizione di giocattoli dell’Emporio Musella proprio sulla salita della Madonna che porta al cimitero.
E noi bambini ci credevamo…
Altri tempi!!!
Ora invece si festeggia Halloween…



La piazzetta centrale del cimitero



L'Emporio Musella dove c'era una grande esposizione di giocattoli

domenica 29 ottobre 2017

Il cimitero di Ponza

Il cimitero di Ponza, situato sulla collina della Madonna sui resti di una villa romana, fu sistemato nel 1892 quando era sindaco Vincenzo De Luca.
Furono costruite le cappelle dei notabili ma già nel '700 c'erano delle sepolture.
In questo luogo c'è la storia della nostra isola, lì ci sono i nostri antenati.
Una delle cappelle più antiche è il sepolcreto Tricoli del 1837 dove riposa Giuseppe Cesare Tricoli, autore della Monografia del 1855, che ci ha fornite tante informazioni sulla storia di Ponza.
Non tutti sanno che è sepolto lì.
Ecco cosa scrive Caterina Bon a proposito del cimitero di Ponza: "Nella riorganizzazione del cimitero venne mantenuta la primitiva collocazione sulla collina della Madonna, luogo ideale perchè, per la sua conformazione geografica, era naturalmente separato dal paese, un'isola nell'isola. Bisognò poi abbattere la batteria Leopoldo e trasformare le grotte, già dormitori delle truppe, in cappelle-sepolcreti, recintando il tutto con mura che sottolineassero la divisione fra città dei vivi e città dei morti."
"...scendono verso il mare le strade delle città dei morti. Si intersecano ad angolo retto, una rete ordinata e perfetta di scisse e ordinate che sembra voler contraddire la disposizione spontanea e disordinata dei vicoli del paese giù al porto, alle Forna, dovunque sull'isola."
In questi giorni il nostro pensiero va ai nostri cari che non ci sono più.

Un pò di foto scattate durante l'estate 2017


Si intravede la chiesetta del cimitero



Una strada del cimitero, ai lati le cappelle



Il sepolcreto Tricoli del 1837



La cappella della famiglia di Ciro Piro



Si scende verso il mare



Qui riposa il cantante Mike Francis che tanto ha amato Ponza



Volgi lo sguardo e passa la tristezza



Un'antica cappella



La parte superiore di una cappella restaurata

venerdì 27 ottobre 2017

La barchetta rossa

Questo modellino che fa bella mostra in un angolo del ristorante Acqua Pazza in piazza Carlo Pisacane, a Ponza, lo ha realizzato mio padre Ciro Iacono, maestro d'ascia.




Modellini di barche in costruzione


Ciro Iacono, maestro d'ascia, mentre costruisce un modellino di barca

mercoledì 25 ottobre 2017

La Cisterna di via Parata descritta dal Dies

Monsignor Luigi Dies nel suo libro Ponza perla di Roma nella parte che riguarda l'Archeologia racconta del sistema di purificazione dell'acqua piovana per decantazione e descrive la Cisterna di via Parata o del Bagno.
Ecco cosa scrive: La fistula pescava dunque in una vasta cisterna, al livello del mare. Questa, a sua volta, riceveva da un'altra cisterna soprastante l'acqua già riversata in essa da una terza. La terza aveva raccolte le acque piovane dai depositi scavati in superiori altezze e disposti su tutte le colline dell'isola. L'impetuosa massa d'acqua che trascinava con sè ciottoli e detriti, raccolta in altitudine, si veniva purificando, man mano che era decantata nei depositi immediatamente sottostanti, fino a diventare potabile al livello del mare. Nel Corso Umberto, presso la Parata, è visibile uno di questi magnifici serbatoi che ancora attestano il senso pratico dei Romani. Osserviamolo.
LA VASTISSIMA CISTERNA DEL BAGNO
A livello di strada, l'ingresso pietosamente incustodito, il che è tanto strano, quanto significativo, ha tutto l'aspetto d'un Ninfeo o tempietto, sacro...forse a divinità acquarie. Probabilmente l'irregolarità dell'ambiente, che risalta a chi entra, è dovuta alla natura della roccia in cui venne scavato l'antro. Gli architetti dovettero pensare d'adibire a cisterna una cava di tufo da costruzione, che ampliarono nel senso non ancora perforato della montagna. Questa cisterna è detta del bagno, perchè i Borboni vi posero, a loro tempo, il dormitorio) dei forzati qui dedotti per la esecuzione del piano di colonizzazione; diventò per questo un bagno penale.
Sono imponenti gli archi a crociera, tagliati nel tufo, corrono quattro lunghissime navate, divise da tredici pesanti pilastri ricavati dallo stesso taglio. Grande cura fu posta nell'ampliare al massimo questo deposito, il cui scavo arriva fin sotto la collina degli Scotti.
Il laterizio e l'opus reticolarum furono ottimi mezzi per risanare e rafforzare fondi e pilastri, minacciati da sabbia, pomice o vene meno compatte del tufo. Tutta la superficie interna è ricoperta d'intonaco signino e a terra non mancano i pulvini.
Si calcola che in questo deposito potevano essere raccolte molte migliaia di tonnellate d'acqua. Le due cisterne inferiori hanno la stessa forma e ampiezza."
Il Dies scrive ancora che "....oltre la scarpata borbonica per il tiro a secco delle barche da pesca è stato innestato nel muro un piccolo rubinetto di ottone che distribuisce l'acqua della cisterna pubblica detta del portone".
Forse si riferisce alla cisterna Tagliamonte, sotto l'hotel Mari, detta anche del Portone (Portone di Pascarella) che riforniva l'area portuale.

Questo per dire che anche l'autorevole Dies si è occupato della Cisterna di via Parata, un BENE dal valore inestimabile.


Proprio dietro il palazzo rosa c'è la maestosa Cisterna di via Parata detta anche del Bagno



Qui sotto le grate ci sono i due "lucernaj" che davano luce ed aria alla Cisterna



Una pianta della Cisterna di Via Parata  o del Bagno realizzata nel 1770 da Giovanni D'Alessio



Isole di Pontio mappa del XVI secolo, è raffigurata la Grotta di Pilato altro nome della Cisterna di via Parata



Una piantina della Cisterna di via Parata

La volta a crociera

lunedì 23 ottobre 2017

Un palazzo antico arète a chiesa

Viene citato dal Tricoli che lo annovera tra i palazzi dell'Ottocento.Venne costruito sui resti della chiesa della Trinità che dai disegni del Mattei, nel 1847, risulta diroccata. Dovrebbe essere il palazzo Gambardella.


Il palazzo con la luce del mattino


Con la luce del pomeriggio



I ruderi della chiesa della Trinità su cui è stato costruito il palazzo Gambarella in un disegno del Mattei del 1847
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